«Ho livelli di ansia che non riesco a controllare.» Sento questa frase, o una sua variante, in molti primi colloqui. Gli esempi che seguono sono quadri compositi, ricostruiti a partire da elementi ricorrenti nella pratica clinica, e non si riferiscono a singole persone. È una delle formulazioni che portano più persone a cercare un appuntamento: ansia che mi prende in macchina, ansia che mi sveglia alle quattro del mattino, ansia che cresce sul lavoro fino a togliermi il fiato. La parola che pesa di più, in quella frase, spesso non è ansia. È controllare.
Perché chi arriva con questa richiesta sta già combattendo da mesi, a volte da anni. Ha provato la respirazione, gli integratori, le tisane, le app, i podcast. Ha letto cosa fare e cosa non fare. E ogni volta che il sistema si riaccende, sente di aver perso un’altra battaglia contro qualcosa che, razionalmente, sa di poter affrontare.
Nella mia pratica clinica ho imparato che il primo lavoro, quasi sempre, non è abbassare l’ansia. È capire perché il tentativo di controllarla la sta facendo crescere.
Cosa intendono i pazienti con “non riesco a controllare l’ansia”
Sotto la stessa frase si nascondono esperienze molto diverse. Quando chiedo di descrivermi cosa succede davvero, di solito emergono almeno tre quadri.
C’è chi descrive un’ansia che cresce a ondate, in situazioni precise: guidare in autostrada, parlare in pubblico, stare in un supermercato affollato. È un’ansia che ha una forma riconoscibile, anche se devastante quando arriva.
C’è chi parla di un’ansia di sottofondo che non si spegne mai. Non c’è un trigger preciso, c’è uno stato. La persona si sveglia già stanca, va a dormire con il pensiero che gira, e nel mezzo della giornata si accorge di avere le spalle bloccate da ore. Questa è la voce, di solito, di chi soffre di ansia generalizzata.
E c’è chi convive con l’ansia anticipatoria, quella che si attiva all’idea che possa attivarsi. È un loop che si auto-alimenta: ho paura che mi venga ansia, e questa paura genera ansia. Il controllo, qui, diventa il problema, non la soluzione.
Ognuna di queste forme richiede una lettura clinica diversa. Ma c’è un elemento comune: in nessuna di queste situazioni la persona è debole, fragile o esagerata. Sta funzionando un sistema che, da qualche parte, si è inceppato. E che sta cercando di dire qualcosa.
Il meccanismo neurofisiologico: perché la volontà non basta

L’ansia non passa attraverso la corteccia razionale. Non passa, almeno, da lì all’inizio. Si attiva in strutture sottocorticali (amigdala, ipotalamo, tronco encefalico) che lavorano molto più velocemente del pensiero cosciente. Quando il segnale di allarme parte, il corpo è già in assetto da minaccia: cuore accelerato, respiro corto, muscoli pronti, attenzione ristretta. Il pensiero arriva dopo, e prova a dare un senso a quello che sta succedendo.
Questo spiega una cosa che ai pazienti suona quasi crudele: dirsi “calmati” non funziona. Non perché manchi la volontà, ma perché la parte del cervello che produce la volontà non parla, in quel momento, con la parte che ha attivato l’allarme. È un po’ come urlare a una sirena di smettere di suonare. La sirena non ti sente.
Quando una persona mi dice ho livelli di ansia che non riesco a controllare, di solito sta descrivendo proprio questo: il pulsante razionale, che ha sempre funzionato per il resto della sua vita, su questa cosa specifica non risponde. E più lo preme, più la macchina sembra ribellarsi.
Il lavoro psicoterapico, in molti casi, non consiste nell’insegnare un controllo migliore. Consiste nel costruire un altro tipo di relazione con quel sistema. Imparare a riconoscerlo prima che esploda, a stargli accanto invece di combatterlo, a leggere il messaggio che sta provando a consegnare. Quasi sempre, c’è un messaggio. Un confine che non riusciamo a porre, un lutto che non abbiamo elaborato, una vita che non ci sta più addosso, una memoria emotiva che si è bloccata da qualche parte. L’ansia non inventa — segnala.
L’ansia sta limitando le tue giornate?
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Ansia che non riesci a controllare: quando chiedere un colloquio in Ticino

Non tutta l’ansia è patologica. Una quota di attivazione fa parte del vivere, ed è anche quella che permette di affrontare un esame, una scadenza, una decisione importante. Il problema comincia quando l’ansia smette di essere uno strumento e diventa uno stato.
Nella mia esperienza, vale la pena chiedere un colloquio quando si presenta almeno uno di questi elementi:
- L’ansia condiziona scelte concrete: rinunci a viaggi, a inviti, a opportunità di lavoro per evitare situazioni che potrebbero attivarla.
- Il sonno è alterato in modo stabile da settimane.
- Il corpo manda segnali ricorrenti (tachicardia, tensione muscolare cronica, difficoltà respiratorie, disturbi gastrointestinali) e il medico ha escluso un’origine organica.
- Le strategie che hai messo in piedi da sola o da solo hanno smesso di funzionare, oppure chiedono uno sforzo crescente per dare lo stesso risultato.
- Stai cominciando a evitare cose che prima facevi senza pensarci.
Nessuno di questi punti, da solo, è una diagnosi. Sono indizi. Segnalano che vale la pena fermarsi e capire cosa sta succedendo, prima che il sistema di compenso si esaurisca del tutto.
Quando rivolgersi a uno psicoterapeuta
In Svizzera la professione di psicoterapeuta è regolamentata dalla Legge federale sulle professioni psicologiche (LPPsi); l’appartenenza a FSP attesta inoltre il rispetto degli standard deontologici della Federazione Svizzera delle Psicologhe e degli Psicologi. Lo psicoterapeuta è vincolato al segreto professionale e formato per lavorare con i disturbi d’ansia. Non prescrive farmaci, quello è compito del medico, ma può accompagnare un percorso che, in molti casi, favorisce una riduzione dei sintomi e una diversa qualità del rapporto con se stessi, pur senza poter garantire esiti predefiniti.
Nella mia pratica lavoro con strumenti diversi a seconda del quadro: psicoterapia ericksoniana, EMDR quando c’è una memoria traumatica alla base, mindfulness per la regolazione emotiva, lettura sistemica quando l’ansia parla anche di una storia familiare. Non è mai un protocollo applicato dall’alto. È un percorso che si costruisce con la persona, al passo della persona. Per andare da A a B a piedi ci vuole il tempo che ci vuole, con il proprio passo.
Quello che dico spesso a chi arriva esausto da mesi di battaglia è che il punto non è eliminare l’ansia. Il punto è smettere di averne paura. E quando questo succede, di solito prima di quanto la persona si aspetti, il resto si muove.
Se senti che l’ansia ha smesso di lasciarti spazio, e che le cose che hai provato non bastano più, su MindSwiss puoi richiedere un primo colloquio conoscitivo. Non è un impegno a iniziare un percorso. È un’occasione per capire, insieme, cosa quel “non riesco a controllare” sta cercando di dirti, e se vale la pena ascoltarlo in due.
