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Burnout nelle donne: perché colpisce diversamente e perché spesso viene scambiato per “esaurimento nervoso”

Burnout

Valeria Fiocco

Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica

Ultimo aggiornamento: giovedì 12 Marzo 2026

2 3 Indice

Riassunto in poche righe...

Il burnout femminile nasce da un sovraccarico multiplo — lavoro, cura familiare, aspettative sociali — e si manifesta come "burnout ad alta funzionalità": stanchezza cronica, somatizzazioni e ritiro emotivo. Va distinto dall'esaurimento nervoso secondo i criteri ICD-11 dell'OMS.

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Riassunto in poche righe...

Il burnout femminile nasce da un sovraccarico multiplo — lavoro, cura familiare, aspettative sociali — e si manifesta come "burnout ad alta funzionalità": stanchezza cronica, somatizzazioni e ritiro emotivo. Va distinto dall'esaurimento nervoso secondo i criteri ICD-11 dell'OMS.

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Riassunto in poche righe...

Il burnout femminile nasce da un sovraccarico multiplo — lavoro, cura familiare, aspettative sociali — e si manifesta come "burnout ad alta funzionalità": stanchezza cronica, somatizzazioni e ritiro emotivo. Va distinto dall'esaurimento nervoso secondo i criteri ICD-11 dell'OMS.

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Ultimo aggiornamento: giovedì 12 Marzo 2026

di Valeria Fiocco, psicoterapeuta — MindSwiss.ch

Capita spesso che una donna arrivi in studio dicendo che si sente «a pezzi», che non ce la fa più, che ha «i nervi a fior di pelle». Quasi mai arriva dicendo: «Penso di avere un burnout». Eppure quella stanchezza profonda, quel senso di vuoto che non passa dopo il weekend, quel distacco crescente da tutto quello che prima dava senso — sono spesso i segnali di un burnout, non di un semplice esaurimento nervoso. E nelle donne, questo processo ha caratteristiche specifiche che meritano attenzione. Per un inquadramento clinico completo su cos’è il burnout e come riconoscerlo, puoi leggere la guida al burnout di Davide Livio.

Burnout nelle donne: un peso doppio, spesso invisibile

In Svizzera i dati sono chiari: secondo le rilevazioni della SECO e di RSI, i casi di burnout sono raddoppiati dal 2015 a oggi, e le donne risultano tra le categorie più colpite. In Ticino, un quarto dei casi diagnosticati riguarda donne sotto i cinquant’anni. Il 18% di tutte le lavoratrici e i lavoratori svizzeri attraverserà un burnout o una depressione da esaurimento nel corso della propria carriera (fonte: Friendly Work Space / SECO). Dietro questi numeri ci sono storie reali — di donne che lavorano fuori casa, che tornano e riprendono a lavorare dentro casa, che si occupano dei figli, degli anziani, della coppia, e che difficilmente si concedono il permesso di fermarsi.

Il problema non è solo quantitativo. È qualitativo. Il burnout nelle donne si costruisce su una struttura diversa rispetto a quella maschile, e per questo viene riconosciuto più tardi — da chi lo vive e da chi la circonda.

Perché il burnout femminile si presenta in modo diverso

Nelle donne, il burnout raramente nasce solo dal lavoro. È quasi sempre il risultato di un sovraccarico multiplo: la pressione professionale si somma al carico di cura familiare, alle aspettative sociali di disponibilità e accudimento, e a una difficoltà strutturale nel chiedere aiuto senza sentirsi in colpa.

Le ricerche sulla psicologia di genere mostrano che le donne tendono a interiorizzare lo stress in modo più silenzioso: anziché distaccarsi o diventare apertamente cinici (come spesso accade negli uomini), continuano a funzionare, a fare, a sorridere. Dall’esterno sembrano tenere. Dall’interno, si svuotano. Questo meccanismo — che possiamo chiamare «burnout ad alta funzionalità» — ritarda la presa di coscienza e, con essa, la possibilità di chiedere supporto.

I segnali che emergono più spesso nel burnout femminile includono stanchezza cronica che non migliora con il riposo, irritabilità o pianto frequente senza una causa chiara, difficoltà di concentrazione e senso di vuoto, disturbi del sonno, somatizzazioni (mal di testa, dolori muscolari, problemi digestivi), e un progressivo ritiro emotivo dalle relazioni significative. Niente di tutto questo sembra «grave abbastanza» per fermarsi — e questo è esattamente il problema.

La confusione con l’esaurimento nervoso: perché è così comune

Il termine «esaurimento nervoso» è entrato nel linguaggio comune come contenitore generico per tutto ciò che è «troppo». È una parola che normalizza, quasi rassicura: succede a tutti, passerà. Ma questa normalizzazione può essere rischiosa quando copre qualcosa di più strutturato.

Il burnout, come definito dall’OMS nell’ICD-11, è una sindrome caratterizzata da tre dimensioni precise: esaurimento emotivo, distacco mentale crescente dal proprio lavoro o dai propri ruoli, e calo della capacità di rendimento. Non è una reazione temporanea allo stress: è il risultato di un processo cronico e protratto in cui le risorse della persona sono state consumate sistematicamente, senza possibilità di recupero.

La differenza non è solo diagnostica. È clinicamente rilevante perché il percorso di supporto è diverso. Un «esaurimento nervoso» si affronta con riposo e riduzione degli impegni. Un burnout richiede un lavoro più profondo: capire quali dinamiche personali, relazionali e contestuali hanno contribuito a costruirlo, e come modificarle in modo sostenibile nel tempo.

Sara, 41 anni, commercialista, due figli. Arriva in studio dopo un anno in cui ha «tenuto duro». Racconta: «Pensavo fosse solo stanchezza. Tutti mi dicevano che ero forte. E io continuavo. Finché una mattina non riuscivo più ad alzarmi — non fisicamente, ma dentro». Il suo burnout si era sviluppato nell’arco di tre anni, alimentato da aspettative professionali sempre crescenti e da una gestione domestica quasi interamente sulle sue spalle. Aveva smesso di riconoscere i propri bisogni molto prima di smettere di funzionare. (Esempio illustrativo con nome di fantasia)

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Il ruolo del contesto: cosa amplifica il burnout nelle donne

Ci sono fattori specifici che mettono le donne in una posizione di maggiore vulnerabilità. Uno è il doppio ruolo professionale e di cura, ancora molto sbilanciato in termini di distribuzione. Un altro è la difficoltà a stabilire confini chiari — con il lavoro, con la famiglia, con le proprie aspettative — in una cultura che valuta positivamente la disponibilità e la resilienza femminile, spesso a scapito del benessere individuale.

In Svizzera, il contesto lavorativo aggiunge un ulteriore strato: secondo i dati SECO, in nessun altro Paese europeo la pressione temporale e i ritmi di lavoro sono così elevati. Questo ambiente ad alta intensità colpisce tutti, ma colpisce in modo asimmetrico chi porta anche il peso di un secondo turno non retribuito a casa.

A questo si aggiunge una componente identitaria: molte donne faticano a riconoscere di aver bisogno di aiuto perché l’immagine di sé è costruita intorno alla capacità di farcela. Fermarsi significa — a torto — ammettere un fallimento. Questo pensiero non è una debolezza: è il prodotto di un apprendimento sociale profondo, che un percorso terapeutico può aiutare a esaminare e riformulare.

Quando il corpo parla prima della mente

Un aspetto che vedo spesso nella pratica clinica è che il burnout nelle donne si manifesta frequentemente attraverso il corpo prima ancora che attraverso i pensieri. Mal di testa tensivi, dolori alla schiena, stanchezza muscolare, infezioni ricorrenti, disturbi ormonali: il corpo inizia a «fare sciopero» quando la mente non riesce ancora a riconoscere il problema.

Questo avviene perché le donne, più spesso, hanno imparato a ignorare o minimizzare i segnali interni per rispondere alle richieste esterne. La somatizzazione non è un meccanismo di debolezza: è il linguaggio che il sistema nervoso usa quando non trova altri canali per comunicare un sovraccarico che non viene ascoltato.

Riconoscere i segnali fisici del burnout come parte di un quadro più ampio — e non come problemi separati da gestire singolarmente — è spesso il primo passo per iniziare a capire cosa sta davvero accadendo.

Come iniziare a uscirne: un processo, non una soluzione rapida

Il burnout si costruisce nel tempo, e il processo che mira a ridurne l’impatto richiede anch’esso tempo. Non esiste una formula unica, ma ci sono elementi che tornano spesso nei percorsi che mi sembrano funzionare.

Il primo è il riconoscimento: smettere di minimizzare, dare un nome a quello che si prova. Il secondo è lavorare sui confini — imparare a dire no, a delegare, a distinguere ciò che è davvero urgente da ciò che si percepisce come tale. Il terzo è esplorare le credenze che alimentano il sovraccarico: l’idea che valere significhi fare, che fermarsi sia un lusso, che chiedere aiuto sia un segno di insufficienza.

Un percorso psicoterapeutico può offrire uno spazio in cui affrontare questi livelli in modo integrato. Non per «riparare» qualcosa che si è rotto, ma per comprendere come ci si è arrivato — e come costruire qualcosa di diverso, più sostenibile e più fedele a sé stesse. Puoi leggere di più sul nostro approccio anche nell’articolo su psicoterapia online e copertura LAMal e su come funziona un percorso con uno psicologo online in Svizzera.

Se quello che hai letto ti riguarda, puoi richiedere un colloquio di orientamento: uno spazio per capire insieme se e come un percorso terapeutico può esserti utile. Scrivici — con una prescrizione medica, le sedute possono essere rimborsate dalla LAMal, fatte salve franchigia e supplemento.

di Valeria Fiocco, psicoterapeuta — MindSwiss.ch

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