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Costruire autostima: il lavoro che parte da dentro

Autostima

Crescita personale

Psicoterapia
Davide Livio

Psicoterapeuta FSP

Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica

Ultimo aggiornamento: domenica 17 Maggio 2026

2 3 Indice

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Ultimo aggiornamento: domenica 17 Maggio 2026

Mi capita spesso, nei primi colloqui, di trovarmi davanti a persone che hanno fatto pace con un’idea ma non con sé stesse. Sanno, a livello razionale, di avere valore. Hanno fatto carriera, costruito relazioni, accumulato evidenze. Eppure, quando parlano, c’è una crepa sottile fra quello che dicono di sapere e quello che sentono dentro. Costruire autostima, quando il problema si presenta così, non significa convincere la testa di qualcosa che la testa ha già capito. Significa raggiungere un livello che la conversazione razionale, da sola, non riesce a toccare.

Autostima dichiarata vs autostima implicita: la differenza che conta

Infografica: Le due voci dell'autostima — Costruire autostima: il lavoro che parte da dentro
Le due voci dell’autostima

In psicologia dinamica si distinguono due piani. C’è un’autostima dichiarata — quella che misuriamo con i questionari, quella di cui parliamo nei colloqui, quella che possiamo argomentare. E c’è un’autostima implicita — quella che vive nelle scelte automatiche, nelle reazioni di pancia, nel modo in cui ci muoviamo dentro una stanza piena di persone.

Si può imparare una lingua come si studia un teorema, e un’altra come si respira. La prima la sappiamo. La seconda la siamo. Per molte persone, l’autostima funziona allo stesso modo: una versione studiata, articolata, perfettamente difendibile a parole. E una versione madrelingua, che dice un’altra cosa.

Quando le due versioni non coincidono, di solito è la seconda a vincere. Vince nelle scelte di lavoro che non facciamo, nei “no” che non riusciamo a dire, in quel senso di impostura che torna puntuale anche dopo i risultati. Il problema, in questi casi, non è di informazione. È di accesso.

Il lavoro ipnotico come accesso alle rappresentazioni implicite di sé

Il lavoro ipnotico come accesso alle rappresentazioni implicite di sé — Costruire autostima: il lavoro che parte da dentro

Nella mia pratica come psicoterapeuta lavoro spesso con strumenti ipnotici di matrice ericksoniana. Non è quello che ci si aspetta dopo qualche video YouTube sull’ipnosi da palco. Non c’è pendolino, non c’è perdita di controllo, non c’è il terapeuta che impone qualcosa.

La transe ipnotica, nella forma in cui la usiamo in studio, è uno stato di coscienza modificato in cui la persona resta perfettamente presente, ma il filtro razionale, quello che etichetta, giudica e argomenta, si fa più sottile. È uno spazio in cui le rappresentazioni implicite di sé possono affiorare, e soprattutto possono essere riformulate, perché smettono di essere protette dal “sì, ma”.

Per costruire autostima in modo che il cambiamento non resti solo intellettuale, serve poter parlare con quel livello. L’ipnosi, nella terapia dinamica, è una delle vie. Non l’unica, e non adatta a tutti, ma dove applicabile lavora dove le parole da sole arrivano tardi.

Metaphor work e risorse inconsce: esempi dalla pratica clinica

Metaphor work e risorse inconsce: esempi dalla pratica clinica — Costruire autostima: il lavoro che parte da dentro

Marco (nome di fantasia, esempio ricostruito a partire da elementi di più percorsi clinici, senza riferimento a persone reali) arriva in studio dopo un avanzamento professionale. Sulla carta è il momento più alto della sua carriera. Dentro, è il momento in cui sente di più la fragilità. “Aspetto che scoprano che non valgo quanto credono”, mi dice nel primo colloquio.

All’inizio parliamo, ricostruiamo, ragioniamo. Capisce molte cose. Ma quel “aspetto che scoprano” non si muove di un millimetro.

Cominciamo a lavorare con immagini. In transe, gli chiedo di lasciar emergere un’immagine di sé al lavoro. Compare un bambino piccolo dietro una scrivania troppo grande. Non la suggerisco io: emerge. Da lì il lavoro non è più convincere il bambino che è bravo. È accompagnarlo verso un’altra immagine, lasciando che la sua mente trovi le risorse, e che siano davvero le sue.

Questo è quello che si chiama metaphor work: lavorare con il linguaggio simbolico del paziente, non sovrapporre il nostro. Le immagini che emergono in transe non sono interpretazioni che impongo. Sono risorse che la persona ha già, e che fuori dalla transe restano spesso inaccessibili.

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La transe come spazio in cui l’Io osservante si dissocia dall’Io critico

C’è una voce, dentro la maggior parte di noi, che giudica. La psicologia dinamica la chiama in molti modi: Super-Io, Io critico, voce interiorizzata. È una voce nata in qualche stagione della nostra storia per proteggerci, e che a un certo punto ha smesso di funzionare. Continua a parlare, ma il messaggio non è più adatto.

Il problema, quando si tratta di autostima, è che quella voce occupa così tanto spazio interno che non c’è quasi posto per nient’altro. Tutto ciò che facciamo passa dal suo filtro. Anche i complimenti.

La transe permette qualcosa di interessante. Crea uno spazio in cui un Io osservante può prendere distanza dall’Io critico. Non per zittirlo, ma per smettere di essere identificato con lui. Da quella distanza, la persona può guardare la propria voce critica come si guarda un vecchio messaggio: comprenderne l’origine, riconoscerne la funzione, e finalmente cominciare a sceglierne il volume.

Non è eliminare la critica interna — è smettere di essere quella critica. È una distinzione clinica precisa, e fa una differenza enorme.

Fasi e tempi di un percorso dinamico-ipnotico per l’autostima

Una domanda che mi viene fatta spesso riguarda i tempi. La risposta onesta è che i tempi sono quelli necessari, né di più né di meno. Per andare da A a B a piedi ci vuole il tempo che ci vuole, con il proprio passo. Detto questo, alcune fasi sono ricorrenti.

  • Una prima fase di ascolto e ricostruzione, in cui mappiamo insieme la storia dell’autostima implicita: da dove arriva quel “non basto”, in quali momenti si è formato, a quali figure è rimasto agganciato. È un lavoro che intreccia spesso temi di come il sistema familiare plasma il valore di sé.
  • Una seconda fase di lavoro ipnotico e simbolico, in cui usiamo la transe per accedere alle rappresentazioni implicite e cominciare a riformularle attraverso il linguaggio metaforico della persona.
  • Una terza fase di integrazione, in cui le nuove esperienze interne vengono ancorate alla vita quotidiana: le scelte, le relazioni, il corpo. Senza questo passaggio, il lavoro resta dentro lo studio.

Non sono fasi rigide, e non procedono in linea retta. Spesso si tornano a fare passaggi precedenti con uno sguardo nuovo. La psicoterapia è fatica, lo dico sempre: ma è una fatica che, quando il percorso funziona, può portare a cambiamenti più duraturi, perché tocca il livello dove l’autostima abita davvero.

Quando rivolgersi a uno psicoterapeuta

Non ogni momento di insicurezza richiede una psicoterapia. Tutti, a tratti, dubitiamo di noi stessi: fa parte del mestiere di essere persone. Ma quando il divario tra quello che si sa di valere e quello che si sente di valere diventa cronico, quando influisce sulle scelte, sulle relazioni, sul corpo, allora un percorso strutturato può fare la differenza.

Se senti che è arrivato quel momento, quello in cui il costo di non farlo è diventato più alto del costo di farlo, su MindSwiss trovi lo spazio per un primo colloquio conoscitivo. È un’ora in cui possiamo capire insieme se questo tipo di lavoro fa per te, con il proprio passo. L’autostima non si costruisce con una promessa. Si costruisce un passo alla volta.

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