Capita di guardarsi le mani e non riconoscerle. Di sentirsi parlare da molto lontano, come se la voce uscisse da una stanza a fianco. Di accorgersi a fine giornata che non si è mangiato, non si è bevuto, non si è respirato davvero — e di non sapere bene dove si è stati, in tutto quel tempo. La disconnessione dal corpo nel trauma assomiglia spesso a questo: non un dolore acuto, ma una distanza. Una sottile estraneità a un luogo che dovrebbe essere il più familiare di tutti.
Nella mia pratica come psicoterapeuta mi capita spesso di ricevere persone che arrivano con frasi come: “è come se non fossi davvero qui”, oppure “so che il corpo è mio, ma non lo sento”. Non è una stranezza, e non è una follia. È un segnale clinico preciso, e quasi sempre ha a che fare con qualcosa che il sistema, a un certo punto, ha dovuto mettere a distanza per poter continuare a funzionare.
La disconnessione dal corpo nel trauma: cosa succede davvero
Quando un evento è troppo grande, troppo veloce, troppo solo per essere integrato — quello che chiamo, semplificando, un trauma con la T maiuscola, ma anche un accumulo lungo di traumi con la t minuscola — il corpo fa qualcosa di intelligente e costoso. Si stacca. Le sensazioni vengono abbassate, gli stimoli arrivano attutiti, l’esperienza si fa sottile. È un meccanismo di sopravvivenza, non un difetto.
Il problema, di solito, non è il meccanismo in sé. Il problema arriva dopo, quando l’evento è finito ma l’interruttore non torna su. Il corpo continua a essere percepito come un posto a cui non si può tornare del tutto. Le emozioni rimangono, in qualche modo, congelate nel presente: sono lì, intatte, ma non si lasciano integrare. Non si lasciano abitare.
I segnali, in clinica, sono abbastanza riconoscibili. Difficoltà a sentire fame, sete, stanchezza. Confini interni sfumati — non si capisce bene se si è arrabbiati, tristi, spaventati. Una qualità di sé un po’ nebbiosa, come se ci fosse un velo. A volte una vera e propria sensazione di guardarsi da fuori, soprattutto nei momenti di stress. Tutto questo, sostanzialmente, è il corpo che dice: “qui dentro non è ancora del tutto sicuro.”
Sara — è un esempio composito, ricostruito da più storie cliniche — arrivava in seduta dicendo che il suo corpo era “un luogo che frequentava, non un luogo in cui viveva”. Aveva alle spalle una storia di esperienze traumatiche prolungate in giovane età. La testa funzionava benissimo. Il lavoro, le relazioni, le cose visibili, tutto sembrava in ordine. Solo che lei, nel suo corpo, non c’era quasi mai.
Somatic Experiencing e Sensorimotor Psychotherapy: lavorare sul corpo nel trauma

Negli ultimi vent’anni la psicotraumatologia ha messo a fuoco un punto importante: il trauma non è solo nella memoria narrativa, è anche — e a volte soprattutto — nel sistema nervoso e nel corpo. Per questo sono nati approcci specificamente somatici. I due più strutturati sono il Somatic Experiencing di Peter Levine e la Sensorimotor Psychotherapy di Pat Ogden.
Semplificando molto, entrambi partono da un’osservazione: davanti a una minaccia, il corpo attiva risposte di sopravvivenza — attacco, fuga, congelamento, sottomissione. Quando l’evento finisce ma queste risposte non si completano, l’energia resta intrappolata nel sistema. Il lavoro somatico, nella mia esperienza, prova a rimettere in movimento, lentamente, quello che è rimasto bloccato.
In pratica si lavora sulla traccia corporea più che sul racconto. Si rallenta, si nota il respiro, si osservano micro-tensioni, micro-movimenti, sensazioni che emergono e si modificano. Si accompagna la persona a tornare nel proprio corpo per intervalli brevi e tollerabili, costruendo quella che si chiama finestra di tolleranza — lo spazio interno in cui si può sentire qualcosa senza essere travolti né doversi spegnere.
La differenza rispetto alla parola pura è significativa. In molti casi, le persone con disconnessione corporea hanno raccontato la loro storia decine di volte. La conoscono a memoria. Ciò che non hanno ancora potuto fare è abitarla nel corpo — sentirla finire. È lì che il lavoro somatico fa qualcosa che la sola conversazione, da sola, fatica a fare.
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Quando integrarli con EMDR e CBT

Una premessa: non sono un purista di nessuna scuola di psicoterapia. Nella mia pratica lavoro moltissimo con EMDR sui traumi, e integro elementi somatici, ipnotici e cognitivi a seconda dei bisogni della persona con qui sto lavorando. La domanda non è quale tecnica vinca. È quale sequenza serve a questa persona, in questo momento.
L’EMDR, nei traumi singoli o ben circoscritti, è supportato da solide evidenze di efficacia, con risultati spesso stabili nel tempo. Nei traumi complessi, soprattutto quando c’è dissociazione importante e disconnessione corporea marcata, la mia esperienza mi suggerisce che spesso conviene una fase preliminare di stabilizzazione e di radicamento corporeo prima di toccare la rielaborazione dei ricordi. Aprire troppo presto un materiale che il corpo non è pronto a contenere rischia la retraumatizzazione, ed è qualcosa da cui si lavora con prudenza per evitare.
L’integrazione con la psicoterapia cognitiva ha un altro tipo di utilità. Le credenze su di sé costruite dentro il trauma — “sono fragile”, “non posso fidarmi”, “il mio corpo non è mio” — non si dissolvono solo perché il corpo si rilassa. Vanno nominate, riconosciute, lentamente messe in discussione. Il pezzo cognitivo aiuta a dare forma di pensiero a quello che il corpo, intanto, sta cominciando a sentire diversamente.
Una sequenza che mi capita spesso: prima si lavora sulla sicurezza interna e sulla riconnessione progressiva al corpo, poi si entra nei ricordi con EMDR, poi si consolida con il lavoro cognitivo e relazionale. Non è una ricetta. È un ordine che, in molti casi, rispetta il passo della persona.
Quando rivolgersi a uno psicoterapeuta
Una distinzione utile, prima di tutto. Sentirsi un po’ fuori fuoco dopo una giornata pesante, non riconoscersi nello specchio una mattina stanca, avere periodi in cui il corpo sembra più lontano del solito — succede a quasi tutti. Non è un sintomo, è la vita.
Quando invece la disconnessione diventa stabile, ricorrente, e comincia a interferire con il lavoro, le relazioni, la possibilità di sentire piacere, oppure quando si accompagna a flashback, incubi, ipervigilanza, attacchi di panico, allora vale la pena prenderla sul serio. Non è una debolezza che si risolve da sola. È un’organizzazione interna che ha avuto le sue ragioni, e che a un certo punto, di solito, smette di essere utile e comincia a costare troppo.
Il momento per cercare aiuto, nella mia esperienza, arriva quando il costo di non farlo diventa più alto del costo di farlo. Non c’è una soglia oggettiva. È una percezione interna che a un certo punto si chiarisce.
I tempi del lavoro sono quelli necessari — né di più né di meno. Il passo lo determina la persona, non il protocollo, non il terapeuta. Tornare ad abitare il corpo dopo un trauma non è un’operazione che si forza. È un sentiero che si percorre a piedi, con il proprio passo, accompagnati da qualcuno che conosce le pietre del cammino.
Se ti riconosci in quello che ho descritto, e hai la sensazione che il momento sia arrivato, puoi scrivere a MindSwiss per fissare un primo colloquio conoscitivo. Non è un impegno terapeutico — è un’occasione per capire insieme se quello che senti ha bisogno di un percorso, e di che tipo. Il corpo che si è messo a distanza, di solito, può tornare a essere un posto in cui stare. Non subito, non da solo, e non con una formula. Ma può.
