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Disturbo dissociativo dell’identità: cos’è e come si cura

Disturbi psichici

EMDR
Traumi
Davide Livio

Psicoterapeuta FSP

Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica

Ultimo aggiornamento: martedì 3 Marzo 2026

2 3 Indice

Riassunto in poche righe...

Il disturbo dissociativo dell'identità (DDI) si manifesta con stati identitari distinti (alter), discontinuità del sé e lacune di memoria, non con le trasformazioni teatrali dei film. Spesso confuso con bipolarità o psicosi, richiede diagnosi specialistica e psicoterapia trauma-focused.

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Riassunto in poche righe...

Il disturbo dissociativo dell'identità (DDI) si manifesta con stati identitari distinti (alter), discontinuità del sé e lacune di memoria, non con le trasformazioni teatrali dei film. Spesso confuso con bipolarità o psicosi, richiede diagnosi specialistica e psicoterapia trauma-focused.

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Riassunto in poche righe...

Il disturbo dissociativo dell'identità (DDI) si manifesta con stati identitari distinti (alter), discontinuità del sé e lacune di memoria, non con le trasformazioni teatrali dei film. Spesso confuso con bipolarità o psicosi, richiede diagnosi specialistica e psicoterapia trauma-focused.

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Ultimo aggiornamento: martedì 3 Marzo 2026

Disturbo dissociativo dell’identità: quando la mente costruisce rifugi per sopravvivere

di Davide Livio – psicoterapeuta | MindSwiss.ch


C’è chi mi dice: “A volte mi guardo allo specchio e non mi riconosco. Non so chi è quella persona.” Oppure: “Ci sono ore, a volte giorni interi, di cui non ricordo quasi nulla. Come se qualcun altro avesse vissuto al posto mio.”

Chi lo racconta, spesso lo fa a bassa voce. Con una certa vergogna. O con la paura di sembrare “matto”. E aggiunge, quasi sempre: “Ho cercato su internet, ma quello che trovo sembra così estremo. Non so se sono io, o se sto esagerando.”

Voglio parlarti del disturbo dissociativo dell’identità — non come lo raccontano i film, non come una curiosità clinica, ma come lo incontro in studio: nella sua forma reale, silenziosa, spesso invisibile agli altri e confusa anche a chi la vive. Perché capirlo non è un esercizio accademico. È il primo passo per smettere di sentirsi strani, rotti o soli.

Cos’è davvero il disturbo dissociativo dell’identità — oltre i film

Quando si sente parlare di “personalità multipla”, la mente corre ai thriller hollywoodiani: personaggi che cambiano faccia in un secondo, trasformazioni drammatiche, voci che urlano. La realtà clinica è molto più sottile. E molto più umana.

Il disturbo dissociativo dell’identità (DDI, o DID dall’inglese Dissociative Identity Disorder) è una condizione in cui la mente di una persona è organizzata attorno a più stati identitari distinti — chiamati alter — che possono emergere in momenti diversi, ognuno con la propria percezione, i propri ricordi, il proprio modo di stare nel mondo. Questi stati non comunicano sempre tra loro. Il risultato è una discontinuità profonda nell’esperienza di sé: vuoti di memoria, sensazioni di non riconoscersi, comportamenti o parole che sembrano venire “da fuori”.

Pensa a uno specchio che va in frantumi. Ogni frammento riflette qualcosa di reale — un pezzo autentico della persona — ma non c’è più una superficie intera che restituisca un’immagine coerente. Non è pazzia. È il modo in cui una mente molto giovane, in un momento di dolore insopportabile, ha trovato il modo di sopravvivere.

Il disturbo dissociativo dell’identità è caratterizzato dalla presenza di due o più stati di personalità o identità, con notevole discontinuità nel senso di sé e nel senso di agire, accompagnata da lacune di memoria rispetto a eventi quotidiani, importanti informazioni personali ed eventi traumatici. MSD Manual Queste lacune non sono dimenticanza ordinaria: sono barriere, costruite nel tempo, tra parti della mente che non possono ancora integrarsi.

Quanto è diffuso e perché è così spesso non riconosciuto

Qui sta uno dei paradossi più dolorosi di questo disturbo: è più comune di quanto si creda, ma rarissimamente viene riconosciuto per quello che è.

La prevalenza dei disturbi dissociativi complessi nella popolazione clinica è elevata, intorno al 10%, e solo il 5% di essi riceve una corretta diagnosi. Il disturbo dissociativo dell’identità presenta una prevalenza nella popolazione psichiatrica che varia tra l’1 e il 6%, con una media del 4% negli studi più estesi. Questa popolazione clinica riceve svariate diagnosi e solo dopo anni — se il clinico è formato — riceve quella corretta. Aisted

Anni. Nel frattempo, la persona arriva con diagnosi di depressione, di disturbo bipolare, di psicosi, di ADHD. Tutte magari parzialmente giuste, perché il DDI porta con sé molti sintomi che assomigliano ad altro. Ma la radice — la frammentazione traumatica dell’identità — rimane invisibile.

Perché? Perché chi soffre di DDI non presenta una sintomatologia riconducibile in maniera lineare a questa diagnosi, in parte perché la natura stessa del disturbo ne impedisce la completa consapevolezza da parte del paziente. IPSICO La mente dissociativa è costruita proprio per non ricordare, non integrare, non mostrare. È il meccanismo di difesa che, una volta, ha funzionato.

In Svizzera, come nel resto d’Europa, la formazione clinica sul trauma complesso e sui disturbi dissociativi è ancora molto disomogenea. Un paziente con DDI può girare per anni tra medici di base, psichiatri e psicologi senza che nessuno chieda le domande giuste. Questo non è un errore delle persone: è un limite della formazione che, lentamente, il campo clinico sta cercando di colmare.

Da dove nasce: il trauma che non si può ricordare

Il DDI non nasce dal nulla. Non è un difetto della personalità, non è una scelta, non è una forma di manipolazione. È la risposta di un bambino — quasi sempre un bambino — a qualcosa di insopportabile.

Il 70–100% dei soggetti affetti da questo disturbo ha subito gravi abusi fisici, sessuali o emotivi, o incuria durante l’infanzia. Alcune persone non hanno subito abusi ma hanno vissuto una perdita precoce molto importante, una grave malattia o eventi estremamente stressanti. Il bambino che ha subito un abuso può attraversare fasi in cui diverse percezioni, ricordi ed emozioni delle sue esperienze vengono tenuti segregati. Nel tempo, questi bambini possono sviluppare una crescente capacità di sfuggire all’abuso “andando via”, separandosi dal difficile contesto fisico o rifugiandosi nella propria mente. MSD Manual

Pensa a un bambino di quattro anni che non ha via di fuga. Non può scappare. Non può capire. Non può chiedere aiuto. L’unica cosa che può fare la sua mente — e lo fa con una creatività straordinaria — è andare altrove. Diventare qualcun altro per il tempo del dolore. Custodire quella parte ferita in un posto separato, dove non contamini il resto della vita.

È un atto di sopravvivenza. Non è un disturbo nel senso di “qualcosa che è andato storto”: è qualcosa che è andato perfettamente, in un momento in cui non c’erano altre opzioni. Il problema è che quella strategia — utilissima a quattro anni — diventa sempre più difficile da gestire a venti, a trenta, a quaranta.

Si ritiene che la perdita di memoria nei pazienti con DDI sia associata a un volume ridotto nelle regioni dell’ippocampo, un’area del cervello che svolge un ruolo importante nell’immagazzinamento e nel recupero dei ricordi. Ciò può essere correlato a livelli elevati di ormoni dello stress, come il cortisolo, correlati a esperienze traumatiche. MSD Manual Non è una metafora: la biologia del trauma lascia tracce fisiche, misurabili. Il corpo ricorda anche quando la mente non può.

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Come si manifesta nella vita di tutti i giorni

Lasciami descrivere qualcosa che riconosci, forse. Non la versione cinematografica. Quella vera.

Pensa a Elena — un nome di fantasia, una storia che riassume molte storie simili che incontro in studio. Ha 34 anni, lavora in un’azienda a Ginevra, parla tre lingue, ha colleghi che la stimano. Dall’esterno sembra tutto a posto. Ma racconta che ci sono mattine in cui si sveglia e non sa bene cosa ha fatto il giorno prima. Che a volte riceve messaggi che non ricorda di aver scritto. Che il suo partner le dice “ieri sera eri diversa” e lei non sa di cosa parli. Che si sente spesso come se guardasse la propria vita da dietro a un vetro — presente, ma non davvero lì.

Non ha visioni drammatiche. Non cambia nome. Non sa nemmeno con certezza se quello che vive ha un nome. Sa solo che c’è qualcosa che non torna, e che ci convive da sempre.

Questi sono i segnali reali del DDI nella vita quotidiana:

Vuoti di memoria — non ricordare conversazioni, eventi, o periodi di tempo che altri ricordano chiaramente. Non è sbadataggine: sono barriere amnestiche tra stati identitari.

Sensazioni di depersonalizzazione — sentirsi distaccati dal proprio corpo, dalla propria voce, dalle proprie azioni. Come se si stesse osservando sé stessi dall’esterno.

Voci interne — non nel senso psicotico, ma commentatori interni, a volte critici, a volte infantili, che sembrano venire “da un’altra parte” della mente. Le voci o le altre intrusioni sensoriali sono, differentemente dai disturbi psicotici, non legate a ideazioni deliranti, spesso non identificabili, e hanno una presentazione più tipica del disturbo post-traumatico da stress. IPSICO

Comportamenti “non miei” — trovare cose acquistate di cui non si ricorda l’acquisto. Leggere messaggi inviati che non si ricordano. Sentirsi dire dagli altri “ieri eri diverso/a” senza capire a cosa si riferiscano.

Discontinuità nelle relazioni — alternare periodi di grande apertura e periodi di chiusura totale, senza una logica apparente. Relazioni intense che si rompono improvvisamente per motivi che non si riescono a spiegare nemmeno a sé stessi.

Il contesto svizzero: vivere tra più mondi

C’è una ragione per cui mi sembra importante parlare di questo disturbo in modo specifico per chi vive in Svizzera.

Chi arriva qui dall’Italia — o chi ha radici in più culture, chi vive da frontaliere tra due paesi, chi ogni giorno attraversa confini linguistici e identitari — conosce bene una certa sensazione: quella di essere persone diverse in contesti diversi. Un “io” a casa con i genitori in Italia, un “io” al lavoro a Zurigo, un “io” nel weekend che cerca di capire dove appartiene davvero.

Questo non è patologico, è il normale adattamento di chi vive tra culture. Ma per chi ha già una struttura dissociativa, questa molteplicità di contesti può amplificare la frammentazione. Ogni confine attraversato — linguistico, culturale, relazionale — può diventare un innesco, un momento in cui uno stato identitario diverso emerge con più forza.

Ho incontrato persone che hanno iniziato a fare esperienza di sintomi dissociativi più intensi proprio dopo il trasferimento in Svizzera. Non perché il trasferimento abbia causato il disturbo — le radici sono sempre più antiche — ma perché lo stress del cambiamento, la solitudine, la perdita delle reti di supporto, hanno abbassato le difese. E quello che era sempre stato lì, sommessamente, è diventato più difficile da gestire.

La terapia: non guarire, ma integrare

Una cosa che dico sempre alle persone con cui lavoro su questi temi: la psicoterapia per il DDI non punta a “eliminare” gli alter. Non è questo l’obiettivo. Sarebbe come dire a qualcuno: “Quella parte di te che ha sopravvissuto al dolore? Eliminala.” Non funziona così. E non sarebbe giusto.

L’obiettivo è l’integrazione: costruire una comunicazione interna tra le parti, ridurre le barriere amnestiche, permettere a tutte le componenti della persona di coesistere con meno conflitto. Non un’unica voce piatta, ma un’orchestra che impara a suonare insieme.

La psicoterapia estensiva può aiutare il soggetto a integrare le diverse identità o per lo meno favorire la loro cooperazione. MSD Manual Il percorso è lungo — non esiste una scorciatoia — e richiede un approccio che si muova su più livelli: la stabilizzazione prima di tutto, poi l’elaborazione graduale del trauma, poi il lavoro di integrazione.

Tecniche come l’EMDR, la terapia sistemica e gli approcci orientati al trauma si sono dimostrate particolarmente efficaci in questo lavoro. Ma più degli strumenti conta la relazione: avere uno spazio terapeutico sicuro, costante, prevedibile — esattamente l’opposto di ciò che ha prodotto il disturbo — è già di per sé terapeutico.

Il percorso è coperto dalla LAMal su prescrizione medica. Questo significa che, se hai una diagnosi e una prescrizione del tuo medico di base o di uno psichiatra, puoi accedere a un percorso serio, con un professionista autorizzato, senza doverti preoccupare di costi proibitivi.

Quando riconoscerlo è già un atto di cura

Torno a dove ho iniziato: quella voce bassa, un po’ vergognosa, che dice “non so se sono io, o se sto esagerando.”

Non stai esagerando. Non stai inventando. E — soprattutto — non sei rotto/a.

Quello che descrivi, se ti sei riconosciuto/a in qualcosa di questo articolo, è la storia di una mente che ha fatto tutto il possibile per portarti fin qui. Ogni frammento, ogni alter, ogni vuoto di memoria: è stato un rifugio. Un modo di sopravvivere.

Il lavoro terapeutico non è demolire quei rifugi. È capire che adesso hai risorse che non avevi da bambino/a. Che puoi costruire qualcosa di più solido. Che non devi più dividerti per stare al sicuro.

Bibliografia

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