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Tentato suicidio dell’adolescente: il dopo per la famiglia

Adolescenza

Famiglia

Salute mentale
Davide Livio

Psicoterapeuta FSP

Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica

Ultimo aggiornamento: mercoledì 6 Maggio 2026

2 3 Indice

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Ultimo aggiornamento: mercoledì 6 Maggio 2026

Nei primi colloqui dopo un evento di questo tipo le parole non arrivano subito. Quando arrivano, spesso suonano così: “mio figlio ha tentato il suicidio. E adesso non so più come stare in casa con lui.”

La famiglia dopo tentato suicidio adolescente si trova su un terreno che si è mosso. Le stanze sono le stesse, i mobili pure, ma niente è dove era il giorno prima. Tutti camminano in punta di piedi. Tutti hanno paura di dire la frase sbagliata. Tutti, in modi diversi, si sentono in colpa.

Vorrei provare a parlare a chi sta dentro quel silenzio. Non al figlio o alla figlia che ha attraversato la crisi — il loro percorso ha un’altra mappa, e va costruita in un’alleanza diretta con loro. Ma a chi resta intorno: i genitori, i fratelli, le sorelle. La parte di sistema che spesso, dopo l’ospedale, viene dimenticata.

Le reazioni tipiche dei genitori: shock, colpa, rabbia

Nei giorni e nelle settimane successive a un tentamen (tentativo di suicidio), i genitori che incontro nel mio studio attraversano quasi sempre tre stati, non in ordine, non separati, spesso tutti insieme nella stessa giornata.

Il primo è lo shock. Una specie di anestesia che permette di funzionare — chiamare la scuola, parlare con il reparto, gestire il rientro a casa — ma che lascia fuori l’emozione. Non è freddezza. È protezione. Il sistema nervoso ha bisogno di tempo prima di poter sentire quello che è successo.

Poi arriva la colpa. È la più dolorosa, e quasi sempre la più tenace. “Come ho fatto a non vedere niente? Ero distratto, ero altrove, ero io stesso in difficoltà. Sono io la causa.” Il senso di colpa, in queste situazioni, non si argomenta. Non basta dire “non è colpa tua” — chi la sente, la sente comunque. Nella mia pratica, di solito, non lavoriamo per cancellarla. Lavoriamo perché diventi una colpa pensabile, sostenibile, narrabile, invece di una condanna silenziosa che corrode il rapporto con il figlio.

La rabbia, infine, è la più difficile da nominare. Rabbia verso il figlio che ha messo in discussione tutto. Rabbia verso sé stessi. Rabbia verso il partner, la scuola, i medici, il mondo. Mi capita spesso di vedere genitori spaventati dalla propria rabbia, come se sentirla fosse una seconda colpa. Non lo è. È un’emozione che dice qualcosa di vero su un dolore enorme che cerca un destinatario.

Il fratello o la sorella: la figura più dimenticata

Il fratello o la sorella: la figura più dimenticata — Tentato suicidio dell'adolescente: il dopo per la famiglia

I genitori sono concentrati, comprensibilmente, sul figlio o sulla figlia che ha attraversato il tentamen. Le risorse di tempo, attenzione, energia emotiva si spostano tutte lì. Il fratello, intanto, vede tutto, sente tutto, non chiede niente. A volte diventa “il bravo”, quello che non crea problemi, quello che non vuole pesare. A volte si chiude. A volte sviluppa sintomi propri — disturbi del sonno, ansia, calo del rendimento scolastico — che arrivano in studio mesi dopo, quando la crisi acuta sembra passata.

Penso a un quadro composito, ricostruito da più storie cliniche per proteggere la riservatezza. Nessun dettaglio rimanda a una persona reale identificabile: una sorella più piccola che, dopo il tentamen del fratello, smette di chiedere aiuto per qualsiasi cosa. Voti che peggiorano, amicizie che si diradano, sempre la stessa frase quando le si chiede come sta: “sto bene, pensate a lui.”

“Pensate a lui” è una delle frasi più dolorose che si possano sentire da un fratello in queste situazioni. Significa: io non ho diritto di occupare spazio nel vostro dolore. Una famiglia, dopo una crisi così, deve prima o poi restituire al fratello o alla sorella il diritto di non stare bene.

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Il percorso terapeutico in parallelo a quello del figlio

Il percorso terapeutico in parallelo a quello del figlio — Tentato suicidio dell'adolescente: il dopo per la famiglia

Una delle indicazioni più chiare che do, quando una famiglia arriva nel mio studio dopo una crisi di questo tipo, è che il percorso del figlio e quello dei genitori devono essere distinti. Stesso sistema, terapeuti diversi, spazi diversi.

Il figlio ha bisogno di uno spazio suo, dove poter parlare di quello che ha attraversato senza il filtro della responsabilità verso i genitori. I genitori hanno bisogno di un altro spazio, dove poter portare la propria fatica, la propria colpa, la propria rabbia, senza il timore di pesare ulteriormente sul figlio. A volte, in un terzo tempo, ha senso un lavoro di sistemico-familiare che mette tutti nella stessa stanza. Ma di solito non subito.

Nella pratica clinica alcuni degli elementi ricorrenti sono queste tre aree di lavoro. La prima: imparare a stare nell’incertezza. Dopo un tentamen, la domanda “e se succede di nuovo?” non se ne va. Non si elimina. Si impara a starci dentro senza che diventi una vigilanza che soffoca il figlio. La seconda: ricostruire una comunicazione possibile. Non perfetta, non rassicurante, ma vera. Il figlio non ha bisogno di genitori che fingono che vada tutto bene — ha bisogno di genitori che sappiano stare con lui in quello che è successo. La terza: riconoscere che anche i genitori hanno attraversato un trauma, e che la loro mappa di famiglia è cambiata. Non si è semplificata. Si è arricchita di un’informazione dolorosa che va integrata, non rimossa.

Quando rivolgersi a uno psicoterapeuta

Una famiglia dopo il tentato suicidio di un figlio adolescente raramente esce da sola da quello che è successo. Non perché manchino le risorse interne — quasi sempre ci sono, e sono molte. Ma perché alcune ferite del sistema familiare, da sole, tendono a cicatrizzare male. Il silenzio si stratifica. La colpa diventa rancore. La paura diventa controllo.

Mi sento di suggerire un confronto con uno psicoterapeuta nelle settimane immediatamente successive alla crisi, anche quando “in superficie” sembra che tutto si stia ricomponendo. Il momento giusto per chiedere aiuto non è quando il sistema crolla di nuovo — è quando il sistema sta ancora reggendo, e ha le energie per fare un lavoro vero.

Per le situazioni di emergenza, è importante che ogni famiglia abbia a portata di mano alcuni numeri. In Svizzera: 143 — La Mano Tesa, attivo 24 ore su 24; 147 — Pro Juventute, dedicato a bambini e adolescenti; 144 per le emergenze sanitarie. Tenerli salvati nel telefono di tutti i membri della famiglia non è eccessivo. È prudenza ragionevole.

Se riconosci la tua famiglia in qualcosa di quello che ho scritto, e senti che avete bisogno di uno spazio per attraversare questo passaggio, puoi contattare MindSwiss per un primo colloquio conoscitivo. Non serve avere già le idee chiare. Spesso, in queste situazioni, le idee chiare sono l’ultima cosa che si ha — ed è esattamente il punto da cui si parte.

Bibliografia

  • Shneidman, Edwin S., The Suicidal Mind, Oxford University Press, 1996 — 📚 Scientifico
  • Pommereau, Xavier, Quando un adolescente soffre. Storie di vita e di disagio, Pratiche Editrice, 1998 — 📚 Scientifico
  • American Psychiatric Association, DSM-5-TR. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Raffaello Cortina Editore, 2023 — 📚 Scientifico
  • Recalcati, Massimo, Il segreto del figlio. Da Edipo al figlio ritrovato, Feltrinelli, 2017 — 📖 Divulgativo
  • Pietropolli Charmet, Gustavo, L'insostenibile bisogno di ammirazione, Laterza, 2018 — 📖 Divulgativo
  • Quigley, Sarah, Notte dopo notte, Neri Pozza, 2024 — ✍️ Letterario
  • Eugenides, Jeffrey, Le vergini suicide, Mondadori, 1993 — ✍️ Letterario
  • Lonergan, Kenneth, Manchester by the Sea, Amazon Studios, 2016 — 🎬 Film
  • Levinson, Sam, Euphoria, HBO, 2019 — 📺 Serie TV

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