Se sei arrivato a leggere questo articolo digitando una frase come “mi alza le mani” o qualcosa di simile, voglio dirti subito una cosa, prima di tutto il resto. La violenza in coppia in Ticino e in tutta la Svizzera non è una questione privata, non è un litigio degenerato, non è qualcosa che si aggiusta da soli con la pazienza. È un reato, e prima ancora è un pericolo concreto per chi lo subisce e spesso anche per i figli che ne sono testimoni.
Nella mia pratica come psicologo psicoterapeuta mi capita di incontrare persone che arrivano in studio dopo anni in cui hanno provato a spiegarsi cosa stava succedendo. A volte ci arrivano da sole, a volte accompagnate, a volte solo dopo un episodio in cui si sono spaventate davvero. Quasi tutte mi dicono, in qualche forma, la stessa frase: “non pensavo che fosse violenza.” Le situazioni che racconto in questo articolo sono esempi compositi, ricostruiti, e non si riferiscono a singoli pazienti.
Per questo l’articolo che stai leggendo parte dai numeri di telefono. La psicoterapia viene dopo. Prima viene la sicurezza.
I numeri da chiamare in emergenza e per consulenza
Se sei in pericolo immediato, se la situazione sta precipitando adesso, se hai paura di quello che può succedere nella prossima ora, il numero è uno: 117. È la polizia. Funziona ventiquattro ore al giorno, in tutta la Svizzera, e la chiamata è gratuita anche da un cellulare bloccato.
Se hai meno di diciotto anni, o se sei un genitore preoccupato per un minore che vive in una casa dove c’è violenza, esiste il 147 di Pro Juventute. È il numero pensato per i ragazzi, è gratuito, è anonimo, e dall’altra parte rispondono persone formate per ascoltare senza giudicare e per orientare verso la prima cosa utile da fare.
Per le donne, in Ticino, esistono linee di consulenza dedicate. La Casa delle Donne di Lugano risponde al numero 078 624 90 70, ed è il riferimento cantonale per le donne che vivono situazioni di violenza in coppia. A livello nazionale, il numero 143 della Mano Tesa Telefono Amico è disponibile ventiquattro ore al giorno per chi ha bisogno di parlare con qualcuno. Non serve essere in pericolo immediato per chiamare. Serve solo avere il dubbio. Il dubbio è già un’informazione clinica importante.
Imparali a memoria, o salvali nel telefono con un nome neutro se temi che il telefono venga controllato.
Casa delle Donne, Aiuto alle Vittime, polizia
I numeri sono il primo gradino. Il secondo è sapere che in Ticino esiste una rete di servizi che lavorano in modo coordinato, e che nessuno di questi servizi ti chiederà di prendere decisioni che non ti senti di prendere.
La Casa delle Donne in Ticino è il luogo a cui ci si rivolge quando lasciare la propria abitazione diventa una priorità di sicurezza. Offre accoglienza protetta a donne sole o con figli, in indirizzi non pubblici. Non è una casa di passaggio anonima: è un ambiente in cui si lavora, accanto al corpo che si mette al riparo, anche su tutto quello che viene dopo. Pratiche legali, scuola dei bambini, lavoro, documenti.
L’Aiuto alle Vittime (servizio LAV, previsto dalla Legge federale sull’aiuto alle vittime di reati) è un altro pezzo della rete. Si occupa di consulenza giuridica, sostegno psicologico immediato, accompagnamento nelle pratiche. È un servizio pubblico, gratuito, ed è coperto dal segreto professionale reperibile al 0800 866 866.
La polizia, oltre al 117 o 112 per l’emergenza, può intervenire con misure di allontanamento del partner violento dal domicilio comune. È una possibilità che molte persone non sanno di avere. L’allontanamento non si chiede al partner: si chiede all’autorità.
Una cosa che ripeto spesso, e che vorrei ripetere anche qui: chiamare uno di questi numeri non significa avere già deciso di lasciare il partner, di denunciare, di andarsene. Significa avere accesso a informazioni e a una persona competente che ascolta. La decisione resta tua, sempre, e ai tuoi tempi.
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Il percorso terapeutico parallelo alla protezione
La psicoterapia, in queste situazioni, non è il primo intervento. È un intervento che si affianca alla protezione, non la sostituisce. È una distinzione che mi sembra importante fare in modo netto, perché ho visto persone arrivare convinte che bastasse parlarne con un professionista per “capire la situazione” — e intanto la situazione restava pericolosa.
Detto questo, il lavoro psicoterapeutico in parallelo alla messa in sicurezza ha un valore che la sola protezione non può dare. Nella mia pratica con persone che hanno vissuto violenza in coppia, il primo lavoro non è quasi mai sul partner violento. È sulla minimizzazione, che è il meccanismo psicologico più resistente che incontro in questi percorsi.
La minimizzazione è quella voce interna che dice: “non è successo niente di grave”, “l’avevo provocato io”, “poi mi ha chiesto scusa”, “non è sempre così”. È una voce che non è stupida, e non è debole. È una voce che si è costruita per sopravvivere a qualcosa che era insostenibile da nominare con il nome giusto. Smontarla richiede tempo, e richiede di farlo dentro una relazione terapeutica in cui non ci si sente giudicati per averla avuta.
Il secondo lavoro, spesso, è sul ciclo della violenza. Le persone arrivano confuse perché il partner non è violento sempre. Ci sono fasi di calma, di tenerezza, di promesse, di ricostruzione. Poi la tensione che sale. Poi l’esplosione. Poi le scuse. Poi di nuovo la tenerezza. Riconoscere questo ciclo — vederlo dall’alto, non da dentro — è uno dei primi passaggi terapeutici utili. È un pattern che si ritrova spesso anche in altre forme di relazione tossica, dove l’alternanza tra svalutazione e ricostruzione tiene la persona dentro il legame.
Il terzo lavoro è sui bambini. Se ci sono. Perché un bambino che cresce in una casa in cui un genitore alza le mani all’altro è un bambino esposto a violenza, anche quando non viene mai toccato direttamente. È un dato di realtà, non un’opinione.
Quando rivolgersi a uno psicoterapeuta
Lo psicoterapeuta entra nel percorso quando la sicurezza fisica è stata garantita, almeno in prima battuta, da chi se ne occupa di mestiere. Polizia, Casa delle Donne, Aiuto alle Vittime, avvocato. La terapia non è un’alternativa alla denuncia, e non è un’alternativa all’allontanamento. È quello che permette di elaborare quello che è successo, di non portarselo come trauma per anni, e — in alcuni casi — di riconoscere i segnali precocemente nella prossima relazione.
Mi capita di sentirmi chiedere quanto durerà. La risposta che do è sempre la stessa: i tempi sono quelli necessari, né di più né di meno. Per andare da A a B a piedi ci vuole il tempo che ci vuole, con il proprio passo. Il passo è della persona, non del protocollo.
Lavoro spesso con EMDR nei casi in cui la violenza ha lasciato immagini, sensazioni o reazioni del corpo che continuano a presentarsi nel presente come se l’episodio stesse accadendo di nuovo. Non è adatto a tutti i quadri, ma è uno degli approcci raccomandati dalle linee guida internazionali per il trauma psicologico, e la letteratura ne documenta l’efficacia su risultati che tendono a mantenersi nel tempo. Resta una cornice generale, non una garanzia individuale: ogni percorso ha la sua traiettoria.
Se quello che hai letto fin qui ti riguarda, anche solo in parte, e vuoi capire come orientarti, in MindSwiss è possibile fissare un primo colloquio conoscitivo in cui valutare insieme cosa è prioritario, cosa può aspettare, e dove ha senso che tu venga indirizzato. Non serve avere già le idee chiare. Spesso si arriva proprio perché non lo sono.
Una persona che ti ama non ti alza le mani. Il fatto che a volte sia gentile, che ti chieda scusa, che pianga dopo, non è una prova del contrario — è il ciclo. Il primo passo non è capire lui. Il primo passo è metterti al sicuro.
