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Disturbo dissociativo: sintomi, cause e percorsi terapeutici

Disturbi psichici

Salute mentale
Traumi
Davide Livio

Psicoterapeuta FSP

Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica

Ultimo aggiornamento: martedì 12 Maggio 2026

2 3 Indice

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Ultimo aggiornamento: martedì 12 Maggio 2026

C’è una frase che mi è capitato di sentire più volte, in studio, da persone diverse, con storie diverse. Mi sento dissociato, e non so cosa sia. Arrivano spaventate, spesso dopo settimane in cui hanno cercato online, letto cose contraddittorie, oscillato tra l’autodiagnosi più cupa e il sospetto di stare esagerando. Il disturbo dissociativo, prima ancora di essere una categoria clinica, è un’esperienza che disorienta proprio perché non somiglia a niente di familiare.

Sostanzialmente, la dissociazione è una distanza che la mente mette tra sé e qualcosa. Tra sé e un ricordo, tra sé e un’emozione, tra sé e il corpo, a volte tra sé e la realtà intera. Non è immaginazione, non è “essere distratti”, non è debolezza di carattere. È un meccanismo preciso, antico, e — almeno all’origine — protettivo.

Cosa significa avere un disturbo dissociativo

I sintomi della dissociazione sono molti, e proprio questa varietà confonde. Le persone che incontro descrivono cose molto diverse tra loro: sentirsi come dietro un vetro, vedere le proprie mani come se non fossero davvero le proprie, perdere pezzi di tempo senza ricordare cosa è successo, percepire il mondo “piatto”, come una scenografia. Qualcuno racconta di guardarsi da fuori mentre parla. Qualcun altro descrive ore intere in cui sa di aver fatto delle cose, ma non riesce a recuperarle.

In termini più ordinati, i disturbi dissociativi includono fenomeni diversi: la depersonalizzazione, cioè il sentirsi estranei a sé stessi; la derealizzazione, cioè il sentire il mondo irreale; l’amnesia dissociativa, cioè vuoti di memoria non spiegabili da cause organiche; fino alle forme più strutturate in cui parti diverse della persona si alternano senza comunicare bene tra loro.

Una distinzione importante, perché di solito è la prima paura che porta in studio: la dissociazione non è psicosi. Chi si sente dissociato non sta perdendo il contatto con la realtà nel senso schizofrenico del termine. Sa che qualcosa non torna, e questa consapevolezza — fastidiosa, lacerante — è essa stessa il segnale che il contatto con la realtà esiste, anche se filtrato.

Perché la mente dissocia

Perché la mente dissocia — Disturbo dissociativo: sintomi, cause e percorsi terapeutici

Nella mia pratica clinica, la dissociazione la incontro quasi sempre nei pressi di una storia di trauma. A volte di un trauma con la T maiuscola — un evento singolo, riconoscibile, devastante. Più spesso di un PTSD complesso: traumi piccoli e ripetuti, relazionali, accumulati negli anni dell’infanzia o dell’adolescenza, dentro contesti in cui la persona non aveva via d’uscita.

In quelle situazioni la mente fa una cosa precisa: mette distanza. Quando il dolore, la paura o la confusione superano una soglia che il sistema non può reggere integralmente, una parte di sé si stacca. Continua a funzionare, ma da un altro angolo. È un modo per sopravvivere quando sopravvivere richiede di non sentire tutto insieme.

Il problema è che questo meccanismo, una volta installato, non sa quando smettere. Continua a funzionare anche quando la situazione che lo aveva attivato è finita da anni. Si attiva di fronte a stimoli che assomigliano vagamente all’originale. Diventa la modalità di default, e la persona si trova a vivere mezza dentro e mezza fuori da sé stessa, senza capire perché.

Vale la cornice che uso spesso: il sintomo, di solito, è un messaggio. La dissociazione racconta che da qualche parte, nel passato o nel presente, qualcosa è stato troppo. Non è un guasto da spegnere — è un’informazione da leggere.

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Il disturbo dissociativo nella vita quotidiana

Il disturbo dissociativo nella vita quotidiana — Disturbo dissociativo: sintomi, cause e percorsi terapeutici

Faccio un esempio composito, ricostruito a partire da casi diversi che ho incontrato negli anni. Marta arriva in studio perché da mesi, in contesti professionali ad alta richiesta, “esce”. Sente la propria voce parlare, ma non sa esattamente cosa stia dicendo. Alla fine i colleghi le confermano che ha detto cose sensate, ma lei non ricorda. La sera, davanti allo specchio, ha la sensazione che il viso riflesso non sia il suo.

Marta non ha vissuto un singolo trauma drammatico. Ha avuto un’infanzia accanto a una figura di riferimento fragile e imprevedibile, e ha imparato presto a non sentire troppo per non amplificare ciò che già non si poteva contenere. La dissociazione, per lei, è stata una soluzione efficacissima per anni. Solo adesso, in una fase della vita in cui le richieste sono diventate più intense, quella soluzione vecchia ha smesso di reggere.

I sintomi della dissociazione nella vita di tutti i giorni assomigliano spesso a quelli di Marta: vuoti, distanze, sensazioni di irrealtà, un funzionamento apparentemente normale ma percepito come “non proprio”. È una delle ragioni per cui il disturbo dissociativo viene riconosciuto tardi, a volte dopo anni di percorsi terapeutici concentrati su altro.

Quando rivolgersi a uno psicoterapeuta

Non ogni esperienza dissociativa è patologica. Capita a tutti, in piccola misura, di guidare per chilometri senza ricordare il tragitto, o di sentirsi un po’ “fuori” dopo una notte insonne. Il discrimine non è la presenza del fenomeno, ma la frequenza, l’intensità, e soprattutto l’interferenza con la vita.

Vale la pena chiedere un confronto professionale quando la dissociazione diventa frequente, quando si accompagna a vuoti di memoria che preoccupano, quando lascia un senso costante di estraneità da sé, quando rende difficile lavorare, studiare, stare in relazione. E sempre, quando compare dopo eventi traumatici — recenti o lontani che siano.

Per il trattamento dei disturbi dissociativi di matrice traumatica, nella pratica come psicoterapeuta lavoro moltissimo con EMDR, integrato con approcci ipnotici di scuola ericksoniana. L’indicazione e l’efficacia di questi approcci vanno sempre valutate caso per caso, all’interno di una relazione terapeutica. La cornice di fondo è la psicotraumatologia contemporanea: prima si costruisce stabilità e risorse, poi — solo quando la persona è pronta — si torna sulle esperienze che hanno reso necessaria la distanza. L’obiettivo non è spegnere la dissociazione. È restituire alla mappa interna le informazioni che erano state messe fuori, in modo che la mente non abbia più bisogno di tenerle a distanza.

I tempi, in questo lavoro, sono quelli necessari. Per andare da A a B a piedi ci vuole il tempo che ci vuole, con il proprio passo.

Se ti riconosci in alcune delle esperienze descritte, e se la sensazione di non sapere cosa ti stia succedendo è diventata più ingombrante di quanto puoi gestire da solo, può avere senso parlarne con un professionista. Su MindSwiss è possibile richiedere un primo colloquio conoscitivo: un’occasione per nominare quello che stai vivendo, capire se rientra in un quadro dissociativo, e valutare insieme se e come iniziare un percorso. In caso di sofferenza acuta o situazioni di emergenza, è importante rivolgersi anche al proprio medico curante o ai servizi sanitari territoriali.

Bibliografia

  • American Psychiatric Association, DSM-5-TR. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Raffaello Cortina Editore, 2023 — 📚 Scientifico
  • van der Kolk, Bessel, Il corpo accusa il colpo. Mente, corpo e cervello nell'elaborazione delle memorie traumatiche, Raffaello Cortina Editore, 2015 — 📖 Divulgativo
  • Liotti, Giovanni; Farina, Benedetto, Sviluppi traumatici. Eziopatogenesi, clinica e terapia della dimensione dissociativa, Raffaello Cortina Editore, 2011 — 📚 Scientifico
  • Herman, Judith, Guarire dal trauma. Affrontare le conseguenze della violenza, dall'abuso domestico al terrorismo, Magi Edizioni, 2005 — 📖 Divulgativo
  • Janet, Pierre, L'automatismo psicologico, Raffaello Cortina Editore, 2013 — 📚 Scientifico
  • Pirandello, Luigi, Uno, nessuno e centomila, Mondadori, 1926 — ✍️ Letterario
  • Vegetti Finzi, Silvia, Storia della psicoanalisi, Mondadori, 1986 — 📖 Divulgativo
  • Aronofsky, Darren, Il cigno nero, Fox Searchlight Pictures, 2010 — 🎬 Film
  • Haines, A. M. Homes, La fine di Alice, Feltrinelli, 1997 — ✍️ Letterario
  • Kaufman, Charlie, Sto pensando di finirla qui, Netflix, 2020 — 🎬 Film

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