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Paura di sbagliare cronica: ansia o perfezionismo?

Ansia

Autostima

Salute mentale
Valeria Fiocco

Articolo revisionato dalla nostra redazione clinica

Ultimo aggiornamento: mercoledì 20 Maggio 2026

2 3 Indice

Riassunto in poche righe...

Nota: le situazioni descritte in questo articolo non si riferiscono a pazienti specifici, ma rappresentano configurazioni cliniche ricorrenti, frutto di un’esperienza professionale generalizzata. C’è una frase che sento spesso nel mio studio, pronunciata a voce bassa, quasi come una confessione: “Ho paura di sbagliare.” A volte arriva subito, nelle prime sedute. Altre volte impiega mesi […]

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Riassunto in poche righe...

Nota: le situazioni descritte in questo articolo non si riferiscono a pazienti specifici, ma rappresentano configurazioni cliniche ricorrenti, frutto di un’esperienza professionale generalizzata. C’è una frase che sento spesso nel mio studio, pronunciata a voce bassa, quasi come una confessione: “Ho paura di sbagliare.” A volte arriva subito, nelle prime sedute. Altre volte impiega mesi […]

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Riassunto in poche righe...

Nota: le situazioni descritte in questo articolo non si riferiscono a pazienti specifici, ma rappresentano configurazioni cliniche ricorrenti, frutto di un’esperienza professionale generalizzata. C’è una frase che sento spesso nel mio studio, pronunciata a voce bassa, quasi come una confessione: “Ho paura di sbagliare.” A volte arriva subito, nelle prime sedute. Altre volte impiega mesi […]

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Ultimo aggiornamento: mercoledì 20 Maggio 2026

Nota: le situazioni descritte in questo articolo non si riferiscono a pazienti specifici, ma rappresentano configurazioni cliniche ricorrenti, frutto di un’esperienza professionale generalizzata.

C’è una frase che sento spesso nel mio studio, pronunciata a voce bassa, quasi come una confessione: “Ho paura di sbagliare.”

A volte arriva subito, nelle prime sedute. Altre volte impiega mesi a emergere, perché è nascosta sotto strati di efficienza, di liste, di controlli ripetuti, di sorrisi rassicuranti rivolti agli altri.

La paura di sbagliare raramente si presenta da sola. Porta con sé un corteo di sensazioni corporee: il petto stretto prima di una decisione, lo stomaco che si chiude davanti a un’email da inviare, la tensione alle spalle quando qualcuno ci chiede un’opinione. È un’esperienza così diffusa che spesso chi la vive non la riconosce nemmeno come un problema: pensa di essere semplicemente “fatto così”, “una persona ansiosa”, “una persona esigente”.

Ma quando questa paura diventa cronica — quando ogni scelta si trasforma in un calcolo, ogni gesto in una verifica, ogni parola in una potenziale colpa — vale la pena fermarsi e chiedersi: cosa c’è davvero sotto?

I tre profili clinici più frequenti

Nella mia pratica clinica, dietro alla paura di sbagliare incontro più spesso tre configurazioni diverse. Non sono diagnosi: sono piuttosto paesaggi interni che si somigliano nei sintomi ma hanno origini, e bisogni, profondamente diversi.

Naturalmente, queste configurazioni non sono compartimenti stagni: spesso si sovrappongono, cambiano nel corso della vita e possono manifestarsi in modo diverso a seconda del momento che la persona sta attraversando.

1. Il profilo ansioso

È la persona che vive l’errore come una catastrofe imminente. Il corpo è in costante allerta: respiro corto, mente che corre, anticipazione di scenari negativi. La paura non riguarda tanto la qualità del risultato, quanto le conseguenze immaginate: il giudizio, la perdita, l’esclusione.

Qui l’ansia decisionale domina la scena: anche scelte banali — quale ristorante, quale mail mandare per prima — diventano fonte di paralisi.

2. Il profilo perfezionista

Qui la paura non è di un evento esterno, ma di non essere all’altezza. L’errore è vissuto come una macchia identitaria, non come un fatto. La persona può apparire molto funzionante — anzi, spesso lo è — ma il prezzo interno è altissimo: rimuginio, autocritica feroce, incapacità di godere dei risultati raggiunti.

Il perfezionismo patologico non è amore per la qualità: è terrore di essere scoperti come inadeguati.

3. Il profilo misto, il più frequente

Nella maggior parte dei casi le due dinamiche si intrecciano. L’ansia alimenta il perfezionismo — controllo tutto per evitare il peggio — e il perfezionismo alimenta l’ansia: più alzo l’asticella, più temo di non raggiungerla.

Si crea un circolo che il corpo paga per primo: insonnia, tensioni muscolari, stanchezza cronica, episodi di freezing davanti a compiti che oggettivamente la persona saprebbe gestire.

Perché il perfezionismo non è “volere il meglio”

Perché il perfezionismo non è volere il meglio — Paura di sbagliare cronica: ansia o perfezionismo?

Una delle confusioni più diffuse — anche tra chi ne soffre — è pensare che il perfezionismo sia una forma elevata di impegno. “Sono solo esigente con me stessa.” “Voglio fare le cose per bene.” “Meglio così che essere superficiali.”

In realtà, c’è una differenza clinica importante.

La ricerca dell’eccellenza è orientata al risultato: voglio fare bene questa cosa, mi impegno, e quando è finita mi godo ciò che ho prodotto.

Il perfezionismo patologico è orientato alla minaccia: devo evitare di sbagliare, perché se sbaglio significa qualcosa di terribile su di me. Non finisce mai, perché non c’è un punto di arrivo: c’è solo un punto di pericolo da cui allontanarsi.

Nella Schema Therapy lavoriamo spesso con quello che chiamiamo schema di Standard Severi: una convinzione interna, appresa precocemente, secondo cui il valore personale, l’amore o il riconoscimento sembrano dipendere dalla performance. A volte questo schema è il nucleo principale; altre volte è una strategia sviluppata per proteggere parti più vulnerabili, legate alla vergogna, alla paura di essere rifiutati, al timore di non essere abbastanza o alla sensazione che l’errore possa portare critica, perdita di amore, esclusione o umiliazione, punizione.

Quasi sempre, dietro a questo schema, troviamo bisogni infantili non soddisfatti: il bisogno di essere visti per quello che si è, non per quello che si produce; il bisogno di sbagliare senza perdere il legame con chi ci accudisce; il bisogno di esplorare il mondo con la libertà di fallire.

Quando un bambino impara che il valore è condizionato al risultato — anche solo attraverso messaggi sottili, sguardi, silenzi — da adulto porterà dentro di sé una voce interna che continua a chiedergli di non sbagliare mai.

È una parte che nella Schema Therapy chiamiamo Genitore Esigente interiorizzato. Non significa necessariamente che il genitore reale sia stato sempre e solo esigente, né che ciò che portiamo dentro coincida in modo oggettivo con tutta la realtà della nostra storia. Come ripeto spesso in terapia, il Genitore Esigente interiorizzato è piuttosto l’insieme degli sguardi, dei messaggi, dei silenzi, delle aspettative e delle esperienze che abbiamo interiorizzato. È il modo in cui il nostro sistema emotivo ha vissuto e organizzato quelle esperienze: non sempre solo ciò che è accaduto fuori, ma anche il significato profondo che quel bambino o quella bambina ha costruito dentro di sé.

In alcune persone questa voce non è solo esigente, ma anche critica o punitiva: non dice soltanto “devi fare meglio”, ma “non puoi permetterti di sbagliare”, “sei stata stupida”, “non vali abbastanza”. È lì che l’errore smette di essere un fatto e diventa una minaccia al senso di sé.

Per questo, in terapia non si tratta di cercare colpevoli, ma di comprendere quali voci sono rimaste attive dentro di noi e quanto spazio continuano a occupare nella nostra vita adulta.

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Approcci diversi a seconda della radice

Approcci diversi a seconda della radice — Paura di sbagliare cronica: ansia o perfezionismo?

Capire da dove nasce la paura di sbagliare è ciò che orienta il lavoro terapeutico. Non c’è una tecnica unica: c’è un percorso che si calibra sulla persona.

Quando prevale la componente ansiosa, il lavoro inizia spesso dal corpo. Riconoscere i segnali fisici dell’attivazione, imparare a regolarli con tecniche di respirazione e mindfulness, sviluppare ciò che la DBT chiama tolleranza della sofferenza: la capacità di stare nel disagio senza aggravarlo con la lotta contro sé stessi.

Si impara, lentamente, che l’ansia è un’onda: arriva, sale, e se non la combatti scende.

Quando prevale la componente perfezionista, il lavoro è più profondo e relazionale. Si esplorano le origini dello schema, si dà voce alla parte vulnerabile che da bambina ha imparato a “essere brava per essere amata”, e si comincia un dialogo nuovo con quella voce esigente che dentro di noi non smette mai di pretendere.

È un lavoro lento, esperienziale, che passa attraverso la relazione terapeutica come spazio sicuro dove sperimentare un’accoglienza diversa da quella conosciuta.

L’ACT — Acceptance and Commitment Therapy — aggiunge una dimensione che trovo preziosa: la flessibilità psicologica. Non si tratta di eliminare la paura di sbagliare, a volte resta, e va bene così, ma di imparare ad agire secondo i propri valori anche quando la paura è presente.

Posso avere paura di esporre la mia opinione e farlo lo stesso, perché l’autenticità è importante per me. Posso temere il giudizio e candidarmi a quel lavoro, perché ciò che voglio costruire conta più di ciò che voglio evitare.

Questa è, in fondo, la lezione che il surf mi ha insegnato e che porto in terapia: non si controlla l’onda. Si impara a sentirla arrivare, a posizionare il corpo, a cavalcarla. E quando si cade — perché si cade, sempre — non è un fallimento. È parte del modo in cui si impara a stare in piedi.

Quando rivolgersi a uno psicoterapeuta

Avere paura di sbagliare, in alcuni momenti della vita, è del tutto fisiologico. Davanti a scelte importanti, a passaggi nuovi, a responsabilità che non avevamo prima, una certa quota di esitazione è sana: ci tiene attenti, ci spinge a prepararci.

Diventa invece segnale di qualcosa che chiede ascolto quando:

  • La paura interferisce con la vita quotidiana: si rimandano decisioni anche piccole, si evitano situazioni, si vive in uno stato di tensione costante.
  • Il corpo manda segnali che non possiamo più ignorare: insonnia, tensioni, stanchezza, sintomi gastrointestinali, episodi di ansia acuta.
  • L’autocritica è diventata una voce continua, severa, che non lascia spazio nemmeno ai successi.
  • Le relazioni ne risentono: difficoltà a dire cosa pensiamo, a porre limiti, a chiedere ciò di cui abbiamo bisogno.
  • Sentiamo che la paura del fallimento sta restringendo la nostra vita: che stiamo dicendo no a cose importanti per non rischiare.

In questi casi, un percorso terapeutico non serve a “diventare sicuri di non sbagliare mai”. Serve a costruire un rapporto diverso con l’errore, con il proprio valore, con quella parte di sé che da troppo tempo vive sotto esame.

Serve a rafforzare ciò che nella Schema Therapy chiamiamo Adulto Sano: la parte di noi capace di prendersi cura della propria vulnerabilità, di contrastare le voci troppo severe, di scegliere secondo ciò che conta davvero.

Se ti riconosci in ciò che hai letto, sappi che non sei “fatta così” e basta. Forse, in qualche momento della tua storia, hai imparato che sbagliare era pericoloso. Ma questa storia può essere riletta.

In terapia è possibile costruire, poco alla volta, un rapporto diverso con l’errore, con il proprio valore e con quella parte di sé che vive da troppo tempo sotto esame.

In MindSwiss puoi trovare uno spazio sicuro in cui portare anche questa paura, senza doverla nascondere o giustificare. Un colloquio conoscitivo può essere un primo modo gentile per capire se è il momento giusto per iniziare.

Bibliografia

  • Young, Jeffrey E.; Klosko, Janet S.; Weishaar, Marjorie E., Schema Therapy. La terapia cognitivo-comportamentale integrata per i disturbi della personalità, Eclipsi, 2007 — 📚 Scientifico
  • American Psychiatric Association, DSM-5-TR. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Raffaello Cortina Editore, 2023 — 📚 Scientifico
  • Shafran, Roz; Egan, Sarah; Wade, Tracey, Overcoming Perfectionism: A Self-Help Guide Using Cognitive Behavioural Techniques, Robinson, 2018 — 📚 Scientifico
  • Brown, Brené, I doni dell'imperfezione. Lasciar andare chi pensiamo di dover essere e abbracciare chi siamo, Ultra, 2020 — 📖 Divulgativo
  • Rondini, Ameya Gabriella, Il perfezionismo. Capire e superare l'ansia da prestazione, Erickson, 2019 — 📖 Divulgativo
  • Plath, Sylvia, La campana di vetro, Mondadori, 1963 — ✍️ Letterario
  • Yalom, Irvin D., Il dono della terapia, Neri Pozza, 2014 — 📖 Divulgativo
  • Aronofsky, Darren, Il cigno nero, Fox Searchlight Pictures, 2010 — 🎬 Film
  • Chazelle, Damien, Whiplash, Sony Pictures Classics, 2014 — 🎬 Film

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